‘‘Se ci disinteressiamo del conflitto tra i forti e i deboli, ci mettiamo dalla parte dei forti, non siamo neutrali’‘ c’era scritto su un pezzo di muro bianco sbriciolato e sepolto sotto le case di Gaza City. Un’opera d’arte pubblica, rivendicata da Banksy, diventata polvere respirata da migliaia e migliaia di bambini, donne, anziani, personale medico, operatori umanitari, reporter sterminati in nome di un dio – qualunque esso sia – che legittima il genocidio, lo stupro, la barbarie, la guerra.  Banksy invitata a non essere neutrali, ma ora da quale parte sta lui? Perché la sua voce non si aggiunge a quella dei tantissimi che in queste settimane terribili stanno invocando il cessate il fuoco.

Su Instragram, l’unico social con cui comunica, il writer inglese non ha lasciato scritto nulla, pur cambiando l’immagine del profilo con un campo nero, simbolo di lutto. Per la guerra in Palestina? O perché da qui a poco dovrà presentarsi al tribunale di Londra per rispondere – a volto scoperto e con tanto di documenti alla mano – dell’accusa di diffamazione da parte dell’imprenditore del mondo dell’arte Andrew Gallagher? Ci piace pensare che sia a lutto per i palestinesi visto il suo essere un “artivista” per la causa palestinese sia a Gaza che in tutta la Cisgiordania. Ha persino aperto nel 2017 un albergo “con la peggiore vista di qualsiasi altro hotel al mondo”: dalle nove stanze dal “The Walled Off Hotel” (letteralmente “l’albergo fuori dal muro”) di Betlemme non si vede il mare, né un giardino o lo skyline della città: ma la barriera in cemento che divide Israele e Palestina.  Ora, è per forza di cose, chiuso.

“Se ci disinteressiamo del conflitto tra i forti e i deboli, ci mettiamo dalla parte dei forti, non siamo neutrali”, scriveva nel 2015. E ora? Anche Banksy è diventato “neutrale”? Di certo c’è che quell’opera faceva parte di una serie di quattro graffiti lasciati sui muri di Gaza assediata – nessuno poteva entrare e nessuno poteva uscire, esattamente come ora – per richiamare l’attenzione del mondo sui crimini che si stavano compiendo in quella striscia di terra. Per entrare a Gaza Bansky ha usato i famosi tunnel della città sotterranea, giù nelle viscere della terra, ma il vero inferno è quello sopra, dove riemerge l’artista e dove vive – in condizioni disumane – la comunità palestinese.  È lui stesso a rivendicare l’azione con un video condiviso sul suo profilo Instagram. 

Il mini-documentario si intitola “Make this the year you discover a new destination”, un invito ironico a “scoprire una nuova destinazione”: Gaza. “Uno scenario unico” dove ci si può sentire al sicuro perché controllati da “vicini amichevoli”. “Gaza è spesso descritta come la più grande prigione del mondo all’aria aperta, perché nessuno è autorizzato a entrare o uscire. Ma definirla così sembra ingiusto nei confronti delle prigioni, visto che qui manca l’elettricità o l’acqua potabile quasi tutti i giorni”, aveva spiegato l’artista mostrando le immagini della grave situazione in cui si trovava Gaza dopo la guerra con Israele dell’estate 2014: ci sono diverse immagini di bambini che si aggirano tra le macerie e in sovrimpressione vengono mostrati i numeri dei morti e delle case distrutte dai bombardamenti.

Nel 2015 Banksy è entrato nella Striscia dall’Egitto, poi ha camminato per chilometri nei tunnel che lo hanno fatto arrivare a Gaza City dove ha girato il mini-documentario e dove ha lasciato quattro opere. Una si chiama Bomb damage (danno da bombardamento) ed è chiaramente ispirato a Il pensatore di Rodin. Tante le interpretazioni, tutte giuste se fanno riflettere: rappresenta la filosofia così come nell’opera originale che si sta riparando dalla distruzione che la circonda, la ragione destinata a soccombere. Oppure semplicemente un invito a pensare, a riflettere prima di bombardare una città. In un altro graffito Banksy trasforma un simbolo dell’occupazione da parte di Israele, la torre di vedetta – ce ne sono disposte lungo il “muro dell’Apartheid”, la barriera tra la Striscia di Gaza ed Israele lunga 700km – in un oggetto per il divertimento dei bambini. Sui seggiolini della giostra siedono ragazzine e ragazzini di tutte le religioni felici di giocare insieme. E poi c’è un gattino gigante che gioca con un cumulo di rifiuti fra i detriti della città distrutta. Racconta Banksy: “Un uomo del posto mi ha chiesto: ‘scusa, ma che significa?’ gli ho spiegato che volevo evidenziare la distruzione di Gaza pubblicando le foto sul mio sito – ma su Internet le persone guardano solo immagini di gatti”.

Nel video si vedono bambini giocare vicino al gattino e il padre, intervistato da Bansky, dice: “Questo gatto fa capire al mondo intero che ci manca gioia nella vita. Lui ha trovato qualcosa con cui giocare. E i nostri invece? E i nostri figli invece?”. Il video si conclude con la frase, scritta su un muro crivellato dai colpi: If we wash our hands of the conflict between the powerful and the powerless we side with the powerful, we don’t remain neutral. Banksy fatti sentire, il modo lo troverai.

Articolo di Nicoletta Orlandi Posti pubblicato su Liberoquotidiano.it

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